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Il vero tesoro di San Pietro – Padre Silvano Fausti


«Argento e oro non possiedo, ma ciò che ho ti do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazoreo, risorgi e cammina»(leggi Atti 3,1-9)

Pietro, insieme ai suoi fratelli, è testimone di Gesù: evangelizza innanzitutto vivendo, poi parlando e infine facendo come lui.
Il testo narra la prima azione del primo Papa: rimette in piedi l’uomo. Programma, suo e della Chiesa, è fare agli altri ciò che Gesù ha fatto a noi.
Lo storpio, ritorto su se stesso, ha perso la stazione eretta, che distingue l’uomo dall’animale.
Non vede l’altro in faccia, ma solo dal basso in alto. Incapace di muoversi e mendico professionale, per lui l’altro non esiste: è solo mano che dà.
Ma neppure lui esiste: è solo mano che riceve.
Lo storpio è simbolo della disumanità di ogni uomo le cui relazioni sono strumentali alla sua stortura, che lo esclude dal tempio e da una vita autentica.
Questo malato è specchio del vero male che ci affligge: l’egoismo che ci accartoccia su noi stessi, lasciandoci soli e bisognosi di tutto.
Nessuno guarda il povero negli occhi, soprattutto il ricco: fa paura vedere in lui noi stessi se perdiamo ciò che abbiamo.
La Chiesa, come Gesù, vuole guarirci dall’egoismo e darci la libertà di camminare sulla via dell’amore, in comunione con i fratelli e con il Padre.
Pietro, con Giovanni, fissa l’uomo e gli dice di guardare a loro, non alla loro tasca.
Nel suo sguardo, ancora fresco di rinnegamento, lo storpio vede lo stesso sguardo di Gesù che l’ha salvato dal restare aggrovigliato nel suo fallimento (Lc 22,61). Quel Gesù che lo ha guardato come lui guarda l’uomo, è il vero tesoro di San Pietro.
Avendo questo, e non argento e oro, può dirgli: «Ciò che ho, ti do. Risorgi e cammina».
Se Pietro avesse avuto danaro, avrebbe fatto l’elemosina, cosa buona.
Se ne avesse avuto tanto, avrebbe fatto un istituto per zoppi, cosa ancora migliore.
Ma l’unico mezzo per risuscitare l’uomo dalla sua morte religiosa e civile, è la povertà: Dio e mammona, danaro e nome di Gesù sono incompatibili.
Ciò che possediamo ci possiede: ci rende paralitici e contorti come lo storpio. La brama di possedere è idolatria (Ef 5,5), l’amore del denaro radice di ogni male (1Tm 6,10).
A un giovane, pio osservante della legge, che chiede cosa fare per avere la vita eterna, Gesù risponde: «Una sola cosa ti manca: va’, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e poi vieni e seguimi». La prima comunità sa che i beni non sono da possedere, ma da condividere con i fratelli. È la solidarietà che dà vita, non l’accumulo di cose.
L’accaparramento priva il povero della vita materiale e il ricco della vita eterna, che consiste nell’amore fraterno.
La solidarietà permette a tutti la vita materiale e dà nel contempo quella divina: ci fa figli perché fratelli.
Ciò che ostacola la missione della Chiesa non è la mancanza di beni.
Una sola cosa sempre le manca, come a Davide per vincere Golia, simbolo del male: liberarsi dall’armatura dei privilegi che ha, per fraternizzare con tutti.
Pensare così non è ingenuità, come già credeva Pietro quando Gesù lo chiamò «satana».
Il pensiero di Dio è opposto a quello dell’uomo, come l’amore all’egoismo (cfr Mc 8,31-33). Nonostante il fatto sia evidente in tutta la storia della Chiesa, non vogliamo mai capire che ricchezza e potere distruggono la Chiesa, mentre povertà e persecuzione la costruiscono e rafforzano.
Sono stato spesso in Mozambico, Angola e Guinea Bissau, dove la Chiesa era potente: per cinque secoli ha goduto del «Patronato portoghese», che costruiva chiese, scuole e case parrocchiali, stipendiando clero e catechisti.
In mezzo millennio di benessere e alleanza con i potenti la Chiesa non è mai decollata.
Arrivati i comunisti, che le hanno confiscato tutto e l’hanno perseguitata, la Chiesa è nata, fiorita e cresciuta.
Che Dio ci guarisca dalle nostre «scoliosi»!

(Padre Silvano Fausti)
Gesuita, biblista e scrittore


 
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